Bari, 25 aprile: il discorso del sindaco Decaro

Il discorso del sindaco di Bari Antonio Decaro alla cerimonia al Sacrario dei Caduti d’oltremare in occasione del 73° anniversario della Liberazione.

“Cittadine e cittadini, autorità, compagni e amici dell’ANPI, rappresentanti delle Forze armate sono onorato di essere ancora una volta qui, con voi, per celebrare il 73^ anniversario della Liberazione del nostro Paese e sono particolarmente grato al Generale Baldi, Comandante del Presidio Interforze, per il supporto organizzativo di questa cerimonia in questo luogo sacro dove riposano le spoglie di oltre 70 mila militari caduti in guerra.

Ci sono alcune ricorrenze, su tutte quella odierna, che hanno un valore intrinseco fortissimo e ci coinvolgono pienamente.

Perché ci ricordano chi siamo e da dove veniamo e perché ci ricongiungono idealmente con la nostra storia e con gli ideali che hanno animato i nostri padri e i nostri nonni negli anni della dittatura e della guerra, sollecitando un movimento di popolo che non ha avuto eguali nella storia d’Italia.

Il 25 aprile è la data che segna il discrimine tra gli orrori della guerra, della barbarie nazifascista e quello che c’è stato dopo: una storia di democrazia, di diritti civili e di libertà. La storia di un popolo che ha saputo ricostruire un Paese stremato dalla violenza della guerra civile, affidandosi ai capisaldi di una delle Costituzioni più belle del mondo.

Una carta valoriale che è il frutto – come ci ha ricordato il Presidente dell’ANPI il senatore Pappalardo – di visioni e orientamenti politici differenti, la sintesi fra le istanze delle più importanti culture politiche che si erano opposte al nazifascismo. Un pluralismo che ha garantito alla Costituzione un’apertura ideale e giuridica straordinaria e un equilibrio mirabile di principi e valori ancora attuali.

Oggi, a Bari come in tante altre città italiane, ricordiamo il sacrificio di decine di migliaia di italiani animati dal fervore delle idee e da una passione civile che li ha portati a mettere a repentaglio la propria stessa vita per affermare i valori di libertà, di giustizia e di democrazia. E nel farlo, ricordiamo orgogliosi il ruolo che questa città ha svolto nella storia di liberazione nazionale.

Un ruolo che ci è stato riconosciuto nel dispositivo del 2007 della medaglia d’oro al merito civile consegnataci dal presidente Napolitano e che, grazie all’impegno dell’ANPI, dell’IPSAIC, della CGIL e dell’ARCI, è ora inscritto nelle pietre d’inciampo che ricordano i caduti della strage di via Nicolò dell’Arca del 28 luglio 1943, il ruolo del Generale Bellomo, di Michele Romito e dei ragazzi della città vecchia che, opponendosi all’avanzata di una colonna di carri armati tedeschi, difesero il porto da una distruzione certa il 9 settembre dello stesso anno.

Senza dimenticare che, a pochi giorni dall’armistizio, in un palazzo in via Putignani, dove oggi sarà collocata una pietra d’inciampo in memoria, sono andate in onda le trasmissioni di Radio Bari: l’unica emittente che ha contrastato, con l’apporto di tanti intellettuali e politici, anche provenienti da altre parti del Paese, la propaganda nazi-fascista.

Grazie al ruolo assunto da Radio Bari, ricostruito puntualmente da Vito Antonio Leuzzi nel suo “Radio Bari nella Resistenza italiana”, la prima voce libera e autonoma dell’Europa continentale esercitò una funzione strategica, diventando punto di riferimento per coloro che volevano restituire l’Italia alla libertà e alla democrazia, offrendo informazioni preziose a partigiani e cittadini e innescando un dibattito che si rivelò decisivo per le sorti del nostro Paese.

Tant’è che a gennaio del 1944, in un’Italia per due terzi ancora occupata dalle truppe naziste, il teatro Piccinni di Bari ospitò i lavori del primo Congresso dei Comitati di Liberazione nazionale. Una grande assemblea alla quale parteciparono molti degli uomini e delle donne che hanno ispirato e scritto la nostra Costituzione. Figure di spicco che seppero leggere e interpretare quel tempo, mediare gli interessi sociali del Paese, elaborare un’idea di futuro e trasformare in norme il senso e il significato dei valori e dei principi che avrebbero guidato l’Italia verso una progressiva emancipazione nazionale e, successivamente, europea.

Se da 73 anni l’Italia non conosce guerre né conflitti è anche in virtù di quella tensione morale democratica e di quei principi iscritti nell’articolo 11 della Costituzione che rappresenta un monito e una sfida per il nostro Paese. Una sfida che va costantemente coltivata e soprattutto rinnovata, anche in chiave europea, specie in periodi storici come il nostro, in cui i teatri di guerra rischiano di moltiplicarsi trasformando l’intero Mediterraneo e il vicino Medioriente in aree di ostilità permanente.

I conflitti in corso che coinvolgono il nord Africa, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq sino allo Yemen, con la loro scia di sangue, di disperazione e di migrazioni forzate, di donne e bambini, anche verso il nostro Paese, ci ricordano la centralità geopolitica che l’Italia potrebbe esercitare sulla scena internazionale e soprattutto nel bacino Mediterraneo.

Un protagonismo che finora il nostro Paese ha espresso anche in termini etici, esercitando pienamente il proprio dovere di accoglienza e di solidarietà, ripudiando la guerra come strumento di offesa e operando in favore della pace. Affinché, come recentemente auspicato da Papa Francesco in preghiera sulla tomba di uno dei più grandi costruttori di Pace della seconda metà del Novecento, don Tonino Bello, “il nostro mare non sia un arco di guerra teso ma un’arca di pace”.

Del resto, il nostro futuro passa dalla capacità non solo di tutelare e difendere le ragioni della comune storia democratica, ma anche di esercitare direttamente la nostra identità e il nostro impegno entro uno scenario più ampio.

Quello che 73 anni fa era dettato dalla necessità, oggi forse può sembrare meno impellente per tutti noi, ma non è così. Perché solo ritrovando le ragioni del proprio stare al mondo, solo sentendosi parte di una stessa comunità, solo facendo ciascuno il proprio dovere, rigettando le semplificazioni, i pregiudizi, le scorciatoie potremo dire di aver fatto la nostra parte nella storia.

E a questo proposito vorrei condividere con voi un’idea che da Presidente dell’Associazione dei Comuni italiani ho proposto qualche settimana fa all’indirizzo del nuovo Parlamento: una proposta di legge sull’educazione alla cittadinanza nelle scuole italiane di ogni ordine e grado.
Si tratta di educare le nuove generazioni ai principi costituzionali che consentano uno sviluppo civile della società italiana attraverso le leve della coesione e dell’impegno civile, precondizioni culturali e morali necessarie per uno sviluppo sano del nostro Paese.
Un percorso di consapevolezza che non potrà prescindere dalla conoscenza della Costituzione, dei principi giuridici fondamentali, tra i quali spiccano l’eguaglianza di genere e la non discriminazione.

Nelson Mandela diceva che l’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo.
Magari non cambieremo il mondo ma l’esercizio di una piena cittadinanza può rafforzare quell’argine al populismo, all’egoismo, al razzismo e al fascismo di cui sentiamo prepotentemente il bisogno. Una dimensione di consapevolezza e di maturità che ci consenta di riconoscere e rigettare con forza i rigurgiti di vecchi e nuovi fascismi che si annidano nel cuore stesso dell’Europa.
Lo spirito della Resistenza lo si può e lo si deve vivere ogni giorno, collettivamente.
Non soltanto il 25 aprile, magari ricordando le vibranti emozioni che visse Clorinda – la voce femminile di Radio Bari – quando entrò nel teatro Piccinni nei giorni del Congresso del Comitato di Liberazione Nazionale: “Un teatro tutto rosso e d’oro adatto alle nozze di Figaro o al barbiere di Siviglia. Io ero mossa come quando si vede una persona che è stata lungamente malata, sul punto di morire addirittura, uscire finalmente a muovere i primi passi al sole. E avevo anche dentro di me la sensazione di fare cosa proibita, non potevo ancora abituarmi all’idea che in Italia, ormai, ognuno poteva fare e dire quel che voleva. In quel teatro udii la parola libertà, pronunciata come una parola qualunque, una di quelle parole che gli spiriti liberi sono abituati a pronunciare con dimestichezza, allora mi gettai ad applaudire furiosamente. Cominciavo a capire che non soltanto un regime era finito, ma tutto un modo di vivere, un modo di essere e di ragionare.
Quel giorno c’era un gran sole, attorno, era proprio una giornata bellissima, come qualche volta in primavera quando ogni cosa rinasce e la speranza è più facile”.
Con queste parole e con queste emozioni auguro a tutti una giornata e un’esistenza di gioia, di pace e di libertà.
Viva l’Italia, viva la democrazia, viva la libertà!”

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